Il_Tempo_del_Silenzio

 

In_principio_erat_verbum_-_Burgos_catedralIn principio era il Verbo, sembra appartenere al patrimonio più antico dell'umanità, non rappresenta in assoluto una Rivelazione della teologia cristiana ma, in tutte le religioni primitive, con sfumature di pensiero diverse si riscontra lo stesso concetto: il Verbo come principio generatore di vita, addirittura preesistente al Dio stesso in alcune. La Rivelazione cristiana però è apodittica, e il Verbo era presso Dio, non assegnando al Verbo nessun diritto di primogenitura.

CreazioneDal silenzio primordiale una voce feconda l'universo e "soffiò lo spirito vitale sul volto dell'uomo e costui divenne uomo nell'anima viva".

Poiché la cantilena gregoriana commenta ed esalta la Parola di Dio, essa arriverà a compimento solo attraverso l'orazione, pertanto la sua essenza non si potrà cogliere per un tramite puramente musicale ma soltanto attraverso la pratica stessa dell'orazione. Pertanto essa si rivelerà compiutamente solo attraverso il suo estrinsecarsi nell'azione liturgica, ambiente ideale dove la parola trova la sua amplificazione ed essa, non è un canto per la liturgia ma la stessa liturgia cantata e, attraverso la declamazione, il canto si fa suono della parola.

Le melodie dei repertori liturgici cristiani, si sviluppano quindi a partire dalla declamazione cantata dei testi sacri e, dopo una lunga evoluzione durata fino alla seconda metà del VII secolo. Attraverso il canto gregoriano inoltre si compiva, nel ciclo dell’'anno liturgico, l'opera di caratterizzazione dei singoli momenti delle diverse azioni rituali nella Messa e nella Liturgia delle Ore.

Il canto gregoriano, nome che assunse a partire dal IX sec. in riferimento al papa Gregorio Magno, è l'ultima evoluzione di un repertorio arcaico regionale dove, attraverso l'intreccio di complesse vicende storiche e liturgiche, derivanti da relazioni politiche e culturali più o meno intense, che nel corso dei secoli hanno animato l'Europa cristiana, si tramanda il repertorio della Chiesa di Roma e, la sua evoluzione è strettamente legata alla storia della Chiesa e i rapporti intercorsi con i sovrani europei.

Nell'Europa latina del VI e VII secolo, Roma, centro cosmopolita, ricopre un posto fondamentale. Il Santorale Romano costituisce il nucleo di tutti i libri liturgici dell’Europa cristiana proponendosi come modello da adottare. Gli Ordines Romani, libro che raccoglie il complesso di norme che regolano lo svolgimento della Messa papale e i vari riti, approdano Oltralpe per il desiderio di imitare la Chiesa Cattolica ritenuta depositaria della vera fede apostolica.

 Nella penisola italica, Roma non è il solo centro d’irradiazione liturgica, va ricordato soprattutto Milano, le cui fonti sono rintracciabili nelle isole inglesi, in San Gallo ed Augusta in Baviera, Aquileia per il settentrione e Benevento per il meridione. 

Cerimonia_papale_-_affresco_in_San_ClementeNell'Ordo Romanus Primus, viene descritto lo svolgersi della messa romana e, centrale è il ruolo della schola cantorum, diretta dal primicerius, coadiuvato dal secundicerius, dal tertius scholae e dal paraphonista che, in particolari circostanze, s'incaricava di accompagnare le melodie o sostenerle con una voce al grave. Questa prassi nel medioevo è testimoniata un pò ovunque e confortata anche dall'uso di termini tecnici quali secundare che rivela una traccia di esecuzioni polivocali.

Altri fattori non meno rilevanti hanno contribuito alla formazione dei repertori liturgici come le traiettorie delle missioni evangelizzatrici che spaziavano tutta l’Europa dei primi secoli del cristianesimo e, la dispersione dei profughi che nel V secolo, a seguito delle invasioni vandaliche nel Nord Africa, si attestò soprattutto nell'Italia meridionale. Questa presenza è testimoniata soprattutto negli omeliari e nel calendario (marmoreo capuano) con la memoria in area campana di santi africani.

Altra massiccia corrente migratoria nel VII secolo si verifica dalla Siria, a seguito dell'invasione persiana (611) e l'espandersi dell'Islam, verso Roma; in questo periodo, significativo è il ripristino della lingua greca nella liturgia.

Una presenza siriaca, oltre che bizantina, si riscontra in ambito ambrosiano a motivo dell'invasione longobarda del 568 e, l'anno successivo, il vescovo Onorato con il Clero maggiore fuggiva a Genova, dominata dai bizantini e, l'esercizio temporaneo del culto cristiano, dalla sede di Roma, fu affidato ad esuli orientali (decumani) che ressero la diocesi ambrosiana per circa 80 anni; per di più una presenza orientale si localizza in area ravennate e nel Meridione italiano.

Causa determinante che stabilì punti di contatti tra aree lontane sono le intense relazioni politiche e i desideri di egemonia dei sovrani Carolingi.

I re franchi Pipino e Carlo Magno per portare a compimento l'impero avevano senz'altro la necessità di uniformare le eterogeneità culturali dei popoli europei e a tal fine, anche di un'unica liturgia; da qui la ricerca dell’unità nell'uso romano e poter di conseguenza vantare pari dignità imperiale al Papa in Roma e l'Imperatore di Bisanzio. Il processo di unificazione per il raggiungimento di un volto unitario al variegato mosaico dei popoli europei fu travagliato e spesso cruento.

Nell’'autunno del 753 Papa Stefano II e il vescovo di Metz Crodegango valicano le Alpi per recarsi presso la corte franca e rilanciare l'appello che già Gregorio III aveva avanzato anni prima: chiedere protezione dalla minaccia longobarda. Nel 754 a Saint-Denis Stefano II consacrerà il re Pipino e i suoi due figli Carlomanno e Carlo suo futuro successore. Crodegango, cugino di Pipino, conosceva l'ordinamento della Chiesa di Roma appreso durante un soggiorno in missione diplomatica.

La sontuosità della liturgia romana, la cura e importanza che essa riservava al canto, colpirono il suo animo e due anni dopo nel 755 scrisse la Regula canonicorum. In essa, denunciando la rilassatezza del clero locale, egli intravedeva nella disciplina del magistero romano il modello per la rinascita morale del clero e, nell’'ordinamento liturgico una fonte di crescita civile. I testi e le cerimonie della liturgia romana in parte erano sporadicamente diffuse in Francia già dalla seconda metà del VII secolo ad opera di monaci e pellegrini. Con il passare degli anni, i contatti divennero regolari e frequenti. Verso la metà del secolo VIII un Sacramentario Gelasiano dell'’VIII secolo era ampiamente diffuso soprattutto in Francia. Carlo Magno (768-814) nell'’intento di continuare l'’opera di Pipino, chiese a Roma copia di un Sacramentario immixtum ossia privo di infiltrazioni. Il Papa Adriano I che non soddisfece immediatamente alla richiesta, manda alla corte franca un Sacramentario incompleto che fu depositato nell'’archivio di Aquisgrana.

Da questo momento, nel territorio franco sia l'ufficiatura che la Messa si uniformeranno sollecitamente al rito romano. Il Clero, sia secolare che monastico, sta per essere unificato anche nel culto e, in ambedue la riforma porterà massicciamente il rito papale e il suo canto. Inizia un periodo di intensi scambi, i cantori papali, come ci ricorda una legge (Admonitio Generalis) emanata da Carlo Magno, raggiungono la Francia per far si che le "melodie romane" siano apprese e cantate nel Regno.

Angelus_domini_Il canto romano, chiamato oggi Romano antico, sta alla base delle melodie gregoriane e, l'ipotesi di una redazione franca, suffragata e dalle vicende storiche che dalla interdipendenza liturgica e musicale dei due, rimane la più pertinente e in breve, il nuovo canto, nell'area del Sacro Romano Impero, si sostituirà ai vari repertori locali. Il canto gregoriano è quindi una trasformazione, attraverso nuovi adattamenti, del canto in vigore nella liturgia papale già dal VII secolo.

In epoca storica databile all’inizio del IX sec., comincia a crearsi nei monasteri la necessità di scrivere per "fissare" definitivamente le melodie liturgiche. Esse vengono in questo periodo scritte e consegnate ad una neumografia ancora imperfetta, adiastematica e garantite definitivamente dai cambiamenti e dall'oblio.

19Qui la fantasia e l'ingegno dei neumisti raggiunge livelli di espressione notevoli dando risorse a sistemi notativi più vari con aggiunta di litterae significative, episemi che integrano la notazione specificandone caratteristiche peculiari; si verifica in altri termini il passaggio dall'oralità alla scrittura.csg-0338_246[1].jpg_compresso_65kb Indubbiamente, in questo trapasso, molte particolarità andranno definitivamente perdute. Ogni trascrizione è quindi un momento di definizione e definire, purtroppo, significa limitare e perdere parte dell'esperienza anteriore ad essa.

Centri_di_irradiazioneInizia così la nascita delle famiglie neumatiche, distribuite per aree geografiche e culturali, dove in ognuna prevale l'uso di un sistema notativo che le caratterizza; queste in sinossi ci appaiono come una "koiné neumatica" dove, malgrado la diversa morfologia, la coerenza tra i vari neumi risulta sorprendente. Spesso, le grafie vengono importate e tradotte secondo uno schema locale, ma la matrice originale rimane sempre perfettamente leggibile. Questo ed altri fattori danno luogo al fenomeno della contaminazione che si rivelerà importante per lo sviluppo delle notazioni e dei repertori liturgici.

Difatti, grafie metensi già nel X secolo sono attestate in ambito lariano come eredità culturale di Metz; grafie germaniche, infiltratesi per vicinanza e il perdurare di relazioni di fraternità, soprattutto ad Aosta, Bobbio e nel Trentino. Un'importante grafia diffusasi nell'Italia centrale e nel Meridione non Normanno è la beneventana, di provenienza cassinese-beneventana.

La scrittura testuale adotta il modello calligrafico carolingio, ad eccezione della regione beneventana che ne adotta uno proprio che si diffonderà fino alle coste dalmate.

Successivamente le melodie liturgiche subirono cambiamenti e adeguamenti anche a causa delle nuove feste istituite (soprattutto nel Santorale) che implicavano la composizione o di nuovi canti o l'adattamento di nuovi testi a quelli preesistenti; la diastemazia e la scrittura su rigo musicale più tardi trascurarono le indicazioni ritmiche a vantaggio dell'’esattezza della linea melodica, fatta eccezione dei monasteri legati tradizionalmente a San Gallo. Si va così perdendo quella testimonianza unitaria che aveva contraddistinto le notazioni dei primi codici adiastematici.

Tralasciamo in questa sede i particolari e le vicende della decadenza, i secoli dell'oblio e i primi fermenti della restaurazione per arrivare alla redazione da parte di Eugene Cardine del trattato Semiologia Gregoriana e la pubblicazione ad opera dei monaci di Solesmes della Paleographie Musicale. Da qui in poi i semiologi, i paleografi e gli studiosi in genere danno fondo a tutte le risorse d'intelligenza per cercare, attraverso la comparazione delle più significative fonti, le ragioni del fenomeno ritmico dove ha scaturigine la melodia gregoriana, le sue articolazioni e la realizzazione della simbiosi testo-melodia attraverso le leggi dell'accentazione latina.

Essenziale, ai fini della comprensione e dell'esecuzione, è la questione del ritmo; certamente non facilmente enunciabile poiché esso è la mutuazione di fattori più complessi. Il ritmo non si identifica con l'interpretazione, ma in combinazione con altri elementi onninamente presenti quali la durata, l'intensità, la qualità del suono, risulta un elemento determinante.

S'intuisce che la semplice declamazione di un testo contiene in sé quello che Cicerone definiva cantus obscurior determinato dalla posizione degli accenti nelle singole parole (accento = ad cantus, poiché comporta un'elevazione di tono che nel momento di massima concitazione oratoriale può superare l'intervallo d'ottava).

A ciò valga come esempio l'antifona I modo Ave Maria, si osserverà con facilità che la melodia, con le necessarie elaborazioni e amplificazioni, è la risultante di una corretta declamazione del testo Ave Maria. Nel ritmo oratorio libero, seppure allo stato embrionale, vi è il fondamento della melodia gregoriana e, l'analisi di questo intimo rapporto rappresenta sicuramente uno dei momenti decisivi dell'interpretazione atto a coglierne l'ineffabilità del valore sillabico.


 
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